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In banca niente polizze sui mutui

Due miliardi di euro all'anno, a tanto ammontano i premi assicurativi collegati ai mutui prestati dagli istituti di credito italiani ai propri clienti. Un business intercettato in maggioranza dalle banche stesse, con commissioni medie del 49% e punte massime dell'83%, che costituisce il filone più significativo della bancassurance dopo la raccolta vita.
Dopo gli inviti all'autoregolamentazione, l'Istituto di vigilanza ha però rotto gli indugi, emanando un regolamento che impedisce agli sportelli bancari di svolgere contemporaneamente il ruolo di beneficiario e di intermediario.
Era ora, dice il Sindacato nazionale agenti che da sempre denuncia il conflitto di interessi nascosto dietro la facoltà, oggi finalmente vietata, di spingere il proprio cliente cui si sta concedendo un finanziamento, ad accettare una polizza incendio o una polizza vita. Si consideri a questo proposito il malcostume di costringere il sottoscrittore del mutuo a stipulare coperture assicurative a premio unico anticipato, a volte di decine di migliaia di euro, che di fatto entravano a far parte del debito e venivano pagate ratealmente insieme al capitale erogato. Le cose andavano più o meno così: «Caro cliente, concediamo alla sua famiglia un mutuo di 100 mila euro, ma lei e sua moglie dovete sottoscrivere ciascuno una polizza vita di pari capitale assicurato, che nel vostro caso costa 15 mila euro (costo variabile in base all'età e alla durata) e la finanziamo sulla rata per 240 mesi, così neanche ve ne accorgete». Peccato che il finanziamento a passava così da 100 a 115 mila euro e gli interessi, al tasso del 5%, da 58 mila a 67 mila, come a dire che al malcapitato cliente, vittima ancora una volta di un'evidente asimmetria informativa, la polizza vita sarebbe costata 9 mila euro in più rispetto al costo frontale, comprendente i compensi da favola cui accennavamo prima, erogati dalle compagnie alle banche.
Una prassi discutibile dal punto di vista etico e come abbiamo visto, molto onerosa, che poneva però le banche in una posizione dominante rispetto a tutti gli altri intermediari del mercato, disarmati di fronte ad una simile concatenazione di interessi.
A questo punto viene da chiedere all'Ania - la quale da tre anni ci intrattiene con la teoria degli agenti plurimandatari che sceglierebbero la polizza da collocare sul mercato in funzione delle provvigioni percepite e non del bisogno di sicurezza proveniente dalla clientela - che cosa ne pensa del comportamento adottato per decenni dai partner bancari delle proprie associate, le quali collocavano polizze a provvigioni che superavano addirittura gli otto decimi del premio pagato dal cliente.
Inoltre, venuta meno la componente più ricca delle joint ventures bancassicurative, è lecito domandarsi che cosa ne sarà della collaborazione tra banche e compagnie ora che i caricamenti del ramo vita sono rientrati entro i limiti della decenza.
E allora ci sia consentita una proposta, talmente conservatrice da risultare persino innovativa: le banche tornino ad esercitare il credito che è il loro lavoro e lascino alle compagnie l'onere di assumere il rischio assicurativo. In questo modo, il consumatore saprebbe a chi rivolgersi quando deve sottoscrivere un mutuo e a chi altro quando deve assicurare la propria abitazione.
Gli istituti di credito sarebbero così costretti a ricercare il profitto nella loro attività finanziaria, senza poter contare sulla compensazione assicurativa e le compagnie potrebbero tornare all'utile industriale, facendo polizze e smettendo di rincorrere il mito della finanza. Magari esse riprenderebbero anche ad investire nelle rispettive reti agenziali, trattate per troppo tempo alla stregua di marginali bonsai del business globale.
Fonte: Italia Oggi, 3 giugno 2010