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Lo strano caso del mercato assicurativo italiano
L'analisi dei dati contenuti nella relazione annuale dell'Ania, ci induce a effettuare una comparazione ragionata con gli altri mercati europei, prendendo spunto dallo studio presentato in occasione del Road Show della distribuzione assicurativa 2010 da Claudio Demozzi, componente dell'Esecutivo nazionale Sna e responsabile per l'area formazione. Paragonando il mercato italiano a quello degli altri paesi Ue, emergono infatti elementi di riflessione significativi Innanzitutto, il numero di compagnie operanti: nel 1996 in Italia erano 271, oggi sono 241, mentre nel Regno Unito (che ha una popolazione simile a quella dell'Italia) nel pari periodo, il trend è stato opposto, dato che dalle 814 imprese del '96 si è arrivati alle quasi 1.000 attuali. Per omogeneità di popolazione, in Francia opera più o meno il doppio delle compagnie rispetto a quelle presenti nel nostro paese, così come in Spagna che però di abitanti ne ha soltanto 43 milioni. In Olanda (16 milioni di abitanti) e in Svezia (9 milioni di abitanti) opera il 50% di compagnie in più, mentre in Danimarca che conta una popolazione pari a un decimo della nostra, è presente la metà delle imprese. Insomma, l'Italia è il fanalino di coda in Europa ed è evidente che simili divergenze, anche a fronte di consistenti differenze in termini di densità, non possono essere spiegate unicamente con la «diversa propensione alla spesa assicurativa». Passiamo ora alla raccolta premi per impresa. Conseguentemente a quanto sopra affermato, registriamo un dato di 150 milioni in Italia, 130 milioni in Francia, 60 milioni nel Regno Unito, 100 milioni in Spagna, a dimostrazione del fatto che si può fare utile e sviluppare il mercato, anche potendo contare su portafogli decisamente ridotti. Focalizziamo ora l'attenzione sulla concentrazione dei mercati. I primi cinque gruppi assicurativi gestiscono il 54% in Francia, il 44% in Spagna, il 49% nel Regno Unito. La media europea si attesta intorno al 56%, mentre in Italia, i primi cinque gruppi raccolgono il 71% del mercato, lasciando all'insieme dei restanti soltanto il 29%. Questa è la vera anomalia che fa del nostro paese un «caso» del settore, caratterizzato nella forma assai poco virtuosa di oligopolio mascherato, in grado di controllare tanto la qualità dell'offerta, quanto i livelli tariffari. Le compagnie italiane hanno inoltre avuto la capacità di scaricare, sulle rispettive reti agenziali, un'ingente quantità di oneri amministrativi e gestionali, tanto che in Italia si registra un carico di lavoro pro capite per dipendenze di direzione doppio rispetto a quello del Regno Unito, della Francia e della Germania, triplo rispetto a quelli della Svizzera e dell'Irlanda. Insomma, mentre le imprese si sono alleggerite realizzando grandi economie di scala, le agenzie si sono impoverite appesantendosi di lavoro improprio e non retribuito. Ma gli agenti italiani svolgono lavoro gratuito anche a favore dello stato, dal momento che incamerano per conto di esso, ma a proprio rischio e pericolo economico, l'imposta assicurativa, la quota del Ssn e del Fgvs, per un totale del 23% dei premi assicurativi Rcauto, senza riceverne in cambio alcuna remunerazione. E vale la pena di ricordare in questa sede che lo stato italiano è anche il più vorace, in quanto l'erario francese si accontenta dell'8%, quello spagnolo del 6,30% e quello inglese del 5%. Il combinato disposto di questi fattori rende il mercato assicurativo nostrano scarsamente concorrenziale, insufficientemente attento ai livelli qualitativi del servizio al cliente, poco o per nulla innovativo rispetto all'evoluzione del bisogno di sicurezza che proviene dalla società.
Fonte: Italia Oggi, 15 luglio 2010
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